ABITI COME STRUMENTO DI PROTESTA


“Perché ‘gridare’ il proprio credo, quando si può ‘silenziosamente mostrare’ con i vestiti che si indossano?”

L’abbigliamento è uno strumento per far parlare e non solo per mettere in risalto le forme femminili.

La designer di moda inglese Katharine Hamnett, nota per le sue t-shirt ‘politiche’ e per la sua filosofia di ‘business etico’, nel 1984 dà il via alla moda delle t-shirt di protesta con la collezione Choose Life: t-shirt stampate con messaggi a favore della pace, del mondo e dell’ambiente. Nello stesso anno la Hamnett si presenta davanti al Primo Ministro Margaret Thatcher, con indosso una sua t-shirt che declama: “Il 58% non vuole i Pershing”, un chiaro riferimento contro i missili Pershing nel Regno Unito

Ma talvolta non è quello che si indossa, bensì ciò che non si indossa, ad avere l’impatto maggiore. Negli anni ’90 l’associazione animalista PETA attira l’attenzione dell’opinione pubblica con una famosa campagna pubblicitaria in cui alcune celebrità vengono ritratte senza veli accompagnate dallo slogan: “Meglio nude che in pelliccia” e, per rafforzare il loro messaggio, nel 2007 si presentano completamente nude alla settimana della moda di Parigi.

Che si ecceda nel vestiario o si scelga la strada della nudità, la moda è comunque un valido motivo di protesta.


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