PARIGI GIORNO QUINTO


Comme des Garçons è Comme des Garçons. Concettuale ed intelligente. Quasi inspiegabile nel suo essere così fuori da ogni schema da rendere qualunque descrizione quasi patetica nella spasmodica ricerca di descrivere qualcosa che descrivibile non è. Rei Kawakubo ha mandato in passerella solo diciassette capi che tutti esplorano la bidimensionalità (fattore quasi inesistente nella moda che, per definizione ha tre dimensioni) e le geometrie con abiti quasi privi di profondità e quasi tutti con forme tipicamente geometriche come il quadrato, il rettangolo, il cerchio. La sua non è moda ma è un’emozione che, per essere compresa, deve essere vissuta dallo spettatore lasciandosi andare verso qualcosa di inaspettato che con il modo della couture ha poco a che fare. Junya Watanabe, un altro dei grandi fenomeni giapponesi ed epigone di Rei Kawakubo, ha proposto una collezione fatta di t-shirt dai grandi slogan che ricordano quelle dei mondi alternativi, pantaloni con toppe, jeans maltrattati e alcuni pezzi dalle micro-stampe floreali. La sua collezione ha un gusto incredibilmente berlinese, fatto non così strano per questo stilista che ha sempre osservato la strada per poi trasformarla in un prodotto altamente concettuale. Haider Ackermann, altro grande fenomeno di talento della settimana parigina, ha caricato le sue creazioni di un fascino più streetwear rispetto a ciò che aveva fatto finora. Ecco quindi t-shirt con grandi scritte ma abbinate a lunghe gonne di gusto quasi belle epoque, pantaloni lucenti neri e oro, un gusto quasi punk ma abbinato alla sua estetica quasi dandy che ha promosso per tutta la sua carriera. Acne Studios è l’altro marchio che promuoviamo tra quelli della giornata (parliamo solo di ciò che ci piace o che riteniamo comunque degno di nota). È un brand che trovo estremamente interessante per un motivo molto semplice: rappresenta ciò che si vede per le strade (con le dovute bizzarrie di styling da passerella, beninteso), ciò che la gente vuole acquistare. Sembra un fatto di poco conto ma non lo è, perché sono pochi coloro che disegnano abiti che la gente vorrà poi acquistare. Spesso a tutti i costi.


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